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Welby, la libertà, il Natale

Or ti piaccia gradir la sua venuta:

libertà va cercando, ch’è si cara,

come sa chi per lei vita rifiuta.

 

Dante Alighieri, Purgatorio, vv. 70-72

 

 

Piergiorgio Welby, come sapete, è morto. Un medico ha esaudito la sua volontà: morire in modo dignitoso, evitando la terribile fine per soffocamento che alcuni gli prospettavano come unica via di fuga al dolore. Dovremmo essere tristi per Welby, ma non lo siamo. Lo eravamo, questo sì, quando Welby implorava, davanti alla telecamera, esponendo il proprio corpo deturpato dalla malattia, chiedendo la morte, invano. Eravamo tristi perché sapevamo che in questo Paese Welby avrebbe fatto pena, non problema. E invece Piero Welby voleva costituire un problema, voleva innescare, con la strumentalizzazione di se stesso e del proprio corpo malato, una reazione a catena che portasse a dei chiarimenti normativi necessari. Ma niente. Welby faceva pena, niente di più. Pover’uomo. E così qualcuno ha proposto di aiutarlo a morire non perché fosse giusto, come Welby credeva, ma perché faceva pena, come il cane di famiglia gravemente malato che i padroni, tra le lacrime, portano dal veterinario per l’ultima volta. Povera bestia.

Tutti hanno parlato di Welby, dicendo la loro, come se fosse importante. Davanti a un uomo che chiede lucidamente e consapevolmente la morte, tutti si sono limitati a buttare lì un’opinione. Secondo me è giusto, secondo me no. Francamente: e chissenefrega? Se ci chiedete perché è stato giusto, anzi doveroso, aiutare Welby a morire, noi sappiamo dare solo una risposta: perché l’ha chiesto Piergiorgio Welby. Anzi, il «Dott. Welby», come lo chiama quella Chiesa che gli ha negato il funerale perché non è un suicida, ma era un uomo lucido e appassionato. E lo ha chiesto a lungo, costantemente, non nello sconforto di un momento di depressione.

Vedete, gentili lettori, il problema non è l’eutanasia, come non lo erano – a loro tempo – l’aborto e il divorzio. Sono tutti epifenomeni di un problema di ordine maggiore: la libertà. Questo è il problema che ha sollevato Welby, non l’eutanasia in quanto tale. Welby era meno banale dei suoi critici e di molti suoi apologeti. Il problema è questo: un individuo può disporre liberamente della propria vita? può decidere persino di togliersela, senza che nessuno glielo possa vietare asserendo che è ingiusto, immorale e/o illegale?

Ancora una volta, se non si fosse capito, lo scontro non è tra laici e cattolici, ma tra chi ha una concezione etica dello Stato, per cui spetta al Parlamento decidere cosa è bene e cosa male, imponendo a tutta la collettività una dottrina comprensiva particolare (quella e non le altre), e chi sostiene che lo Stato non abbia voce in capitolo nelle decisioni che l’individuo prende verso se stesso senza danneggiare altri. Lo scontro, ancora una volta, è tra chi pretende di spiegare al prossimo cosa pensa e cosa vuole, cosa è giusto pensare e cosa volere, e chi invece ritiene che si debba lottare perché gli altri possano pensare e volere ciò che non condividiamo e che troviamo assurdo.

Francesco D’Agostino si domanda, sulle colonne di Avvenire, cosa volesse veramente Welby: «cosa vuole lui, proprio lui, Welby (e non l’associazione che egli presiede o la parte politica che lo annovera tra i suoi membri)? Vuole l’eutanasia? Vuole rinunciare alle terapie di sostegno vitale cui è sottoposto? [...] Il problema è che tutto ciò che egli vuole (o può volere) diventa, nel gioco mediatico che ci assedia da tutte le parti, costitutivamente sfuggente, ambiguo, polisenso e si presta ad essere sforzato e deformato in mille modi». Ah sì? Non che questo sia negabile, anzi, ma D’Agostino o è ingenuo o è intellettualmente disonesto. Perché il messaggio di Welby è stato di una chiarezza estrema: voglio morire, ha dichiarato sin dall’inizio, ma non voglio morire soffocato, cosa che inevitabilmente succederebbe se ci limitassimo a staccare la ventilazione, dunque voglio anche un’iniezione che mi impedisca di percepire la morte che si sta impossessando del mio corpo. Questo ha detto Welby, da subito, senza mai deflettere da questa idea. Ascoltatelo, Welby, cazzo! «Morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita... è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche [...] Che cosa c’è di naturale in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in un tubo che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in un pompa che soffia l’aria nei polmoni? Che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte artificialmente rimandata? Il mio sogno [...], la mia volontà, la mia richiesta, che voglio porre in ogni sede, a partire da quelle politiche e giudiziare è oggi nella mia mente più chiaro e preciso che mai: poter ottenere l’eutanasia».

Che cosa c’è da capire? cosa non è chiaro? dov’è l’ambiguità nella richiesta di Welby?

 

Siamo seri. Guardiamoci in faccia e siamo seri, per dio! Welby ha chiesto apertis verbis, senza remore, con una schiettezza agghiacciante, di poter morire, di ricevere – come accade ai cittadini svizzeri, belgi e olandesi – l’eutanasia. E questo ha ottenuto. Anche se l’eutanasia è illegale. Ma poi, lo si può davvero affermare, nel caso di Welby? Egli, infatti, non è stato ucciso da un cocktail di farmaci, che gli è servito solo per non sentire dolore, ma dalla malattia che, del tutto naturalmente, staccata la macchina, ha fatto il suo corso. Staccare la macchina, dunque, è eutanasia? Se rispondiamo di sì, dobbiamo necessariamente concludere che un paziente non può rifiutare le cure che riceve, se queste lo tengono in vita. E si tratta di un pensiero terribile, perché significa che lo Stato può disporre liberamente del corpo dei cittadini, sottoponendoli a terapie che essi rifiutano in nome di un bene che essi possono non condividere. Se volete uno Stato del genere, ditelo chiaramente: noi emigreremo.

 

E allora, che fare? Cosa rispondere a Welby? Luca Volontè, ad esempio, con la raffinatezza morale e giuridica che tutti gli riconosciamo, ha suggerito a Welby, che non può muovere nemmeno un dito, di suicidarsi. «Che si suicidi!». Che meraviglia, il pensiero dei ciellini! Che carità cristiana, che agape, che medesimezza umana! Ma sì, diciamolo a quell’ex paralitico rompicoglioni: o ti sai suicidare o muori soffocato, ingrato, perché Dio ti ha donato la vita e ora ti vuole vedere rantolare. Peccato che Volontè ignori il Catechismo della Chiesa Cattolica, che recita, all’art. 2278 (voce eutanasia):

 

L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'«accanimento terapeutico». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.

 

Non è forse in perfetto accordo con la richiesta di Welby di staccare la macchina? Sì, certo, potrebbe dire qualcuno, ma Welby ha voluto anche la sedazione. Bene, art.2279:

 

Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d'ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L'uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate.

 

Welby è stato chiaro: non voleva affatto morire, semplicemente non se la sentiva più di rimandare la morte imminente grazie a una macchina. Dov’è il disaccordo?

 

Noi, sinceramente, fatichiamo a scorgerlo. Eppure deve esserci, perché la Chiesa ha rifiutato di celebrare il funerale di Piergiorgio Welby. Ma, scusateci, di questo ci interessa poco. A noi interessa quello che afferma, all’art. 32, la Costituzione della Repubblica Italiana:

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

La Costituzione è esplicita: una cura può essere rifiutata. Welby l’ha fatto, ed è morto. Il medico si è limitato a prestare un servizio: sedare Welby e staccare la macchina. Tutto naturalissimo. Formigoni però ammonisce: «ci sono anche i malati che vogliono continuare a vivere». Benissimo, ne siamo felici, e crediamo che lo Stato debba fare di tutto per permettergli di riuscire nel loro proposito nel modo migliore e più dignitoso. Vivano pure, ci mancherebbe, ma non vengano a dire agli Welby, ai Coscioni e a tutti coloro che chiedono di poter avere una «buona morte» che hanno torto, perché non li riguarda, perché non riguarda lo Stato, perché non riguarda noi.

 

Buon Natale a tutti i lettori di Herakleitos. Ci scusiamo per la scarsa informazione fornita negli ultimi tempi. Speriamo di essere meno svogliati nel 2007!

 

Pubblicato il 25/12/2006 alle 2.41 nella rubrica Diario.

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